"L' Alpinista? Un inquieto inguaribile: si continua a salire e non si raggiunge mai la meta. Forse è anche questo che affascina: si è alla ricerca di qualcosa che non si trova mai"

Hermann Buhl


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27 novembre 2008

Climbing & streching: il ruolo e l'utilità dello streching in arrampicata sportiva

Continua la preziosa collaborazione con il Dottor Kelios Bonetti, esperto di patologia arrampicatoria, in questo articolo si parlerà di streching... questo sconosciuto!
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Si è molto discusso sull'utilità dello stretching nell'arrampicata, ma non sono ai stati effettuati degli studi scientifici in questo particolare ambito. I pareri sono discordanti come in molti altri sport. Ciò deriva dalla mancanza di studi specifici per ogni sport e dal fatto che non si considera lo stretching nella sua complessità ma solo parzialmente. Infatti c'è un'azione sulla flessibilità muscolo-articolare, ovvero un aumento dell'arco di movimento articolare (ROM), grazie ad un aumento della estensibilità muscolotendinea. Ciò però va a discapito della elasticità ovvero la capacità del muscolo e del tendine di allungarsi durante la fase eccentrica accumulando energia per poi restituire questa energia come una molla o un elastico.
È molto importante non confondere la flessibilità e l'elasticità. Infatti un aumento di flessibilità ci permette di effettuare dei movimenti più ampi, quindi possiamo alzare di più un piede o spaccare di più, cosa probabilmente utile in arrampicata. Mentre una diminuzione della elasticità potrebbe ridurre le performance in alcuni gesti come i lanci o la ripresa. Per questo motivo in alcuni sport lo stretching pre-performance viene considerato dannoso.
Da questi concetti si può ipotizzare che nell'arrampicata lo stretching possa essere utile in virtù del miglioramento dell'arco di movimento articolare
In ambito sportivo e soprattutto nell’arrampicata ci sono comunque molti altri punti non chiari sull’utilità dello stretching, ma neanche su questi punti sono stati effettuati degli studi specifici per l’arrampicata. In particolare riguardo alla prevenzione, alla prestazione, e ai possibili infortuni.
Riguardo alla prevenzione dei danni muscolari: la pratica dello stretching induce una diminuzione della sensazione dolorosa associata all’allungamento, che permette quindi all’atleta di sopportare allungamenti muscolari di maggiore entità e quindi un miglior ROM. Però questo potrebbe aumentare il rischio di traumi.
Riguardo alla prevenzione dei dolori muscolari ad effetto ritardato si deve considerare che una seduta di stretching intenso post prestazione/allenamento può provocare gli stessi danni muscolari derivati dall’allenamento, è quindi inutile come mezzo di prevenzione dei dolori muscolari. Inoltre nell’arto inferiore tali problemi si verificano raramente, quasi sempre al tricipite surale e solo in talune tipologie di vie, per l’arto superiore invece potrebbe essere utile
Riguardo alla prestazione si deve considerare che a seguito di una seduta di stretching intenso si ha una diminuzione della forza massimale, della resistenza alla forza, della capacità di salto e di sprint. Questo però nell’arrampicata non è un limite importante per l’arto inferiore che è di rado sottoposto a sforzi massimali, mentre può esserlo per l’arto superiore. Infatti nell’arto superiore i muscoli sono quasi sempre sottoposti a sforzi massimali e anche una minima diminuzione della forza massimale e della resistenza alla forza può inficiare il risultato. Si dovrà però anche considerare il ruolo dello stretching non solo a livello muscolare, ma anche il suo ruolo nel preparare allo sforzo la catena cinetica flessoria (tendini, puleggie, inserzioni)
Riguardo ai possibili infortuni, va ricordato che lo stretching è un’attività stressante per l’apparato locomotore, specialmente se non viene eseguito un corretto riscaldamento. Durante gli esercizi le struttura capsulo-legaentose, i muscoli e le ossa vengono sottoposte a dei carichi anomali, che possono causare lesioni muscolari, capsulari, tendinee, legamentose, possibilità di cadute, fratture, lussazioni, distorsioni, distrazioni. Per questo è sempre consigliato eseguire gli esercizi con un compagno.
In letteratura si riscontrano delle controversie quando a livello fisiologico si cerca di individuare il motivo della resistenza all’allungamento. Molti autori ritengono che il fattore limitante sia costituito dal tessuto connettivo che avvolge il muscolo (fibre, fasci e ventre muscolare) mentre invece da altri studi appare determinate il ruolo della struttura muscolare.
LA FISIOLOGIA DELL’ALLUNGAMENTO MUSCOLARE
Durante un allungamento alcuni tipi di recettori nervosi (gli Organi Tendinei del Golgi [OTG] e i Fusi Neuromuscolari [FN]) intervengono a salvaguardia del muscolo, in quanto rispondono alle variazioni di tensione causate dalla tensione muscolare e agli stiramenti di tipo passivo ( ricezione da un salto, distorsione, stretching intenso). Essi attivano il riflesso miotatico inverso diminuendo la tensione muscolare. Tale meccanismo può essere utilizzato per eseguire lo stretching più efficacemente. Inoltre per promuovere un rilassamento del muscolo da allungare alcune tecniche utilizzano il meccanismo fisiologico di innervazione reciproca, in pratica contraendo il muscolo antagonista rispetto a quello che si intende allungare, si ottiene un rilassamento dell’agonista. La temperatura è un fattore importante per l’elasticità muscolare che è inversamente proporzionale al rischio di lesioni. Nella fase di riscaldamento: la sola pratica di allungamenti risulta poco efficace per innalzare la temperatura muscolare. Risulta più efficace effettuare contrazioni e rilassamenti muscolari in modo alternato. Oppure un blando riscaldamento prima di eseguire lo stretching. Per la medesima ragione è bene eseguire lo stretching in un ambiente caldo.
Una pratica assidua e regolare dello stretching secondo alcuni autori porta a dei cambiamenti semipermanenti:
- Un cambiamento della soglia del riflesso miotatico inverso, ovvero il muscolo si mantiene rilassato per livelli di allungamento superiori a quelli precedenti la pratica dello stretching, aumentando quindi la mobilità articolare (ROM)
- Un aumento del numero dei sarcomeri in serie delle fibre muscolari, ovvero dei muscoli più “lunghi”
- Un cambiamento della lunghezza delle fasce che circondano il muscolo, dei tendini, dei legamenti e del tessuto cicatriziale
- Un aumento della lubrificazione delle fibre del tessuto connettivale, che in ambito arrampicatorio è molto probabilmente utile a livello della catena cinetica flessoria, tanto soggetta a sovraccarichi in arrampicata
- Una modificazione delle strutture articolari, che divengono più lasse e di conseguenza meno stabili, cosa indubbiamente utile ma potenzialmente dannosa, basti pensare alle instabilità di spalla
LE DIVERSE TECNICHE
Esistono varie tecniche di stretching, praticate con modalità molto diverse l’una dall’altra, ognuna con i suoi pregi e i suoi difetti.
Stretching statico: si raggiunge un determinato allungamento muscolare e lo si mantiene per un certo lasso di tempo. E’ facile da praticare ed efficace ma porta a breve termine ad una diminuzione della produzione di forza muscolare, e non migliora l’allungamento di tipo dinamico richiesto dalla maggior parte delle discipline sportive.
Stretching passivo: l’atleta rilassa completamente la muscolatura che viene allungata da un terapista o tramite mezzi meccanici. Questa metodica permette di andare oltre il ROM attivo, e se la differenza è grande, si possono avere delle lesioni.
Stretching balistico: si forza l’allungamento verso i limiti massimi del ROM tramite una tecnica esecutiva di tipo ritmico e “rimbalzante”. La velocità di allungamento comporta il manifestarsi del riflesso miotatico di stiramento, che limita notevolmente l’elongazione del tessuto connettivale. Inoltre si possono avere delle lesioni.
Stretching dinamico: come in quello balistico si compiono dei movimenti al limite del ROM, ma ad una velocità minore e controllata, evitando l’esecuzione “rimbalzante”, in questo modo si può incrementare il ROM con un minor rischio di lesioni
Stretching attivo/statico: la posizione di allungamento è ottenuta e mantenuta unicamente attraverso una contrazione muscolare attiva. Tramite il fenomeno dell’inibizione reciproca si ottiene un rilassamento della muscolatura antagonista sottoposta all’allungamento. Questo tipo di stretching comporta un basso rischio di lesioni, anche se talvolta evoca dei crampi. Ha il pregio di ricalcare l’azione muscolare di alcuni gesti atletici, specie nell’arrampicata, ma porta a un ridotto aumento del ROM
Stretching isometrico: dopo aver assunto la posizione di stretching passivo si effettua una contrazione isometrica di 7-15 sec. Si rilassa poi il muscolo che si allungherà al nuovo ROM e lo si mantiene nella posizione raggiunta per almeno 20 sec. E’ il metodo più efficace per promuovere l’aumento della flessibilità statico-passiva, ma può costituire un fattore di rischio per l’integrità tendinea e connettivale. Il riflesso miotatico inverso viene sfruttato in questa metodica di stretching, infatti si effettua una volontaria contrazione muscolare di 6-15 sec per disinibire gli OTG che attivano il riflesso miotatico inverso che causa un aumento del rilassamento muscolare ed ottenere un conseguente incremento della mobilità
Stretching PNF: è una combinazione tra lo stretching passivo e quello isometrico. Nella tecnica di Contrazione-Rilassamento il muscolo antagonista viene allungato, si esegue poi una contrazione isometrica di 7-15 sec, viene rilassato per 2-3 sec e poi nuovamente allungato per 10-15 sec. Nella tecnica di Contrazione-Rilassamento-Contrazione Antagonista invece comporta dopo la fase di allungamento passivo, due contrazioni isometriche, una dell’antagonista e una dell’agonista. Successivamente si esegue un’ultima fase di allungamento passivo. Queste due sono le modalità più efficaci di allungamento per l’incremento della flessibilità statico-passiva. Però questa tecnica ha il imite di essere molto difficile da eseguire correttamente
Tecniche di respirazione e posizione: i muscoli non lavorano ai singolarmente sono sempre associati in catene muscolari. Da ciò consegue che l’allungamento di un muscolo sia contrastato dalla contrattura degli altri muscoli, e dalla posizione delle articolazioni. Il muscolo da cui passano tutte le catene muscolari è il diaframma, rilassando tale muscolo con delle tecniche di respirazione si ottiene il rilassamento di tutta la catena muscolare con conseguente aumento del ROM
CONCLUSIONI
In letteratura sono presenti molti dati discordanti sull’utilità dello stretching in generale. E’ essenziale valutare l’utilità o la dannosità dello stretching per ogni tipo di sport, in quanto ogni sport ha delle proprie peculiarità: importanza della flessibilità, piuttosto che della elasticità. Ognuna di queste caratteristiche può essere importante in gruppi muscolari diversi.
In particolare per quel che riguarda l’arrampicata, non ci sono degli studi specifici di rilievo. Considerando che una buona mobilità articolare (flessibilità muscolare) può rilevarsi molto utile nell’arto inferiore e nella colonna, che raramente sono sottoposti a sforzi massimali, e quindi non necessitano di una ottimale elasticità. Possiamo ritenere probabile l’utilità dello stretching per l’arto inferiore e la colonna.
Viceversa nell’arto superiore, quasi sempre sottoposto a sforzi massimali e dinamici, senza necessitare di un un’ottimale mobilità articolare, è di grande importanza l’elasticità muscolare e meno importante la flessibilità. Quindi l’esecuzione dello stretching potrebbe portare ad u decremento delle prestazioni. Si deve comunque considerare che taluni esercizi di stretching eseguiti durante il riscaldamento, con buona probabilità preparano la catena flessoria (tendini, capsule, pulegge, etc) a sopportare gli stress meccanici dell’arrampicata.
Tenuto conto delle precedenti considerazioni, basandoci sulla fisiologia muscolare, mixando diverse tecniche abbiamo studiato degli esercizi di stretching appositamente per l’arrampicata. E abbiamo creato una miniguida “5 minuti di stretching per l’arrampicata”, la particolarità di questi esercizi è la rapidità di esecuzione. In realtà ne avevamo studiati di più selettivi e in maggior numero, ma testandoli su un piccolo campione ci siamo accorti che ci voleva troppo tempo per eseguirli tutti. Dato che per il climber medio, con poco tempo e soprattutto poca voglia di fare stretching, il requisito fondamentale è la rapidità, abbiamo selezionato degli esercizi eseguibili in soli cinque minuti. In tal modo possono essere inseriti in un breve riscaldamento, sia pre-allenamento che pre-arrampicata. L’importante è che vengano eseguiti con una tecnica corretta. Solo in tal modo danno dei buoni risultati in poco tempo, e il rischio degli infortuni,classici dello stretching resta basso.
Potete richiedere la miniguida Streching in 5 minuti a grupporocciatori.orsi@gmail.com

20 novembre 2008

Manifesto per gli ottomila - Mountain Wilderness

Soccorsi sì, ma fatti soltanto da "alpinisti che si trovano casualmente nelle vicinanze".
Corde fisse anche, ma ogni spedizione deve mettere e togliere le proprie anche se altri chiedono di poterle usare.
Aumento delle royalties per scoraggiare la corsa agli ottomila, dove dovrebbe esserci solo una una spedizione per itinerario di salita.
Questi i punti chiave del manifesto abbozzato da Mountain Wilderness per richiamare all'ordine il mondo dell'alpinismo, che secondo i garanti italiani dell'associazione rischia seriamente di perdere "significato, potenzialità formative e giustificazione”.

Il documento, per la verità ancora in bozza, è stato presentato e diffuso qualche settimana fa, al convegno Cai di Vallombrosa. Porta la firma dei garanti italiani di Mountain Wilderness: Fausto De Stefani, Sandro Gogna, Maurizio Giordani, Carlo alberto Pinelli, Ludovico Sella. Che dichiarano: “siamo consci di rasentare l’utopia, ma il destino dell’alpinismo dipende da una sua più rigorosa ridefinizione”.

"Sulle montagne asiatiche l'evoluzione della pratica dell'alpinismo sta assumendo connotati preoccupanti - scrivono i garanti di Mountain Wilderness -, allontandosi sempre di più dagli imperativi etici e dalle responsabilità ambientali che dovrebbero costituire la colonna vertebrale di questa appassionante attività".

Tra le più grandi minacce che pendono sulla testa dell'alpinismo ci sono, secondo l'associazione, i soccorsi spettacolarizzati e l'abuso di corde fisse."Va condannata con decisione ogni tentazione di spettacolarizzazione mediatica del soccorso - si afferma nel manifesto - soprattutto quando le operazioni messe in atto si dimostrano oggettivamente tanto sovradimensionate quanto inutili. E' necessario prendere le distanze da chi, in preda a comprensibili ma non accettabili fibrillazioni emotive, o per meno nobili calcoli di personale visibilità, organizza con grande clamore, da paesi molto lontani dal campo di azione, improvvisate missioni di salvataggio".

Secondo Mountain Wilderness, che affronta salite himalayane in stile alpino è conscio di accettare un alto coefficiente di rischio e sa che potrà contare solo su sè stesso in caso infortunio. "Ma ciò non esime altri gruppi di alpinisti già bene acclimatati - precisano Pinelli e compagni -, che casualmente si trovassero nelle vicinanze, dal dovere di intervenire, anche qualora le operazioni di soccorso mettano a repentaglio il loro programma".

I garanti parlano poi dei problemi generati dall'uso delle corde fisse, che quest'estate hanno causato gravi tragedie. "Condannarle sarebbe sbagliato - dicono - ma è da condannare chi al termine di una spedizione evita di rimuoverle insieme ad ogni traccia del proprio passaggio. Non dovrebbero essere lasciate in eredità a successive spedizioni, anche qualora siano queste ultime a chiederlo espressamente". Altrimenti, spiegano i garanti, la vetta avrà ben poco valore e non dovrebbe nemmeno essere riconosciuta dalla comunità internazionale.

Sotto accusa anche l'uso di ossigeno, sia dal punto di vista sportivo che ambientale, per i problemi creati dall'abbandono delle bombole sull'itinerario di salita. E l'affollamento degli ottomila, che nel manifesto si auspica venga limitato in modo oculato. "Bisogna scoraggiare la corsa agli ottomila - scrivono i garanti - con iniziative culturali mirate a demistificare il loro prestigio, aumentando le royalties delle vette sovraffollate e diminuendo quelle delle cime minori".

Secondo Mountain Wilderness, la condizione ideale sarebbe quella di avere solo una spedizione su ogni itinerario di salita. Ma i garanti, ammettono di ragionare in modo teorico. "Non siamo così sprovveduti o disinformati sulla realtà di ciò che sta accadendo in Himalaya da non renderci conto che quanto stiamo sostenendo rasenta l'utopia. Ma questa consapevolezza non ci libera dal dovere morale di indicare quale potrebbe essere la strada da intraprendere per restiture all'alpinismo himalayano la sua dignità".

12 novembre 2008

Dal sogno alla realtà

Dopo averla desiderata intensamente, dopo aver percorso il sentiero burocratico che dall'idea porta alla realizzazione della stessa, finalmente la costruzione della nuova palestra di arrampicata, con annessa la sede del nostro Club è arrivata in dirittura d'arrivo.
Entro la primavera del prossimo anno inizieranno i lavori e nell'autunno del 2010 ci sarà l'inaugurazione. E si terrà il primo San Simone Climbing Festival al coperto!!
Sarà per noi motivo d'orgoglio, ma nel contempo richiederà uno sforzo non indifferente da parte di tutti per la sua gestione. Quindi, come sempre, saremo pronti a rimboccarci le maniche!
Riportiamo, di seguito, uno stralcio della relazione illustrativa dell'intervento, per gentile concessione dell'Orso Architetto Andrea Martinelli.

Descrizione dell'intervento

Luogo dedicato alle attività sportive individuali, arrampicata, ginnastica dolce, cura del corpo e benessere, la sua dimensione contenuta non permette il gioco di squadra degli sport più comuni, ma la sua tensione verso l'alto richiama luoghi di riflessione di altra dimensione. La volontà di creare un luogo d'incontro e non solo di competizione finalizzato alla socialità piuttosto che al confronto, luogo che si trasforma in sala didattica, in ambito di promozione culturale, non solo della passione per la montagna, luogo di relazione e conviviale. Il contenitore della palestra è uno spazio sufficiente per ridotte attività sportive tradizionali, configurato per un numero limitato di persone legato alla sua intima dimensione, che si ritrovano in un ambiente caratterizzato dalla verticalità, dall'altezza, dalla tensione verso l'alto, uno spazio punteggiato di piccoli oggetti colorati che animano le pareti verticali, sghembe e irregolari, una moderna grotta dagli antri frastagliati nella quale si protende il cielo intenso a nord.
L'involucro esterno diviene segnale, stele infissa nel terreno, sfida da superare sino alla meta dei suoi 18 metri; le pareti saranno animate da un groviglio di funi e corde, da personaggi, che in pose asimmetriche e scomposte, si daranno appuntamento in cima. Dall'alto questo guscio scenderà verso terra prima in modo repentino, per trasformarsi in una lieve altura che lo porterà a dissolversi nel prato. Prato che sale sugli ambienti a supporto delle attività sportive, prato che porta ad un affaccio nelle viscere dell'antro, a guardargli dentro a scoprirlo, prato che diviene luogo di riposo disteso al sole, luogo per vedere gli eventi che dinnanzi gli passano, piccola platea verso un possibile spettacolo.
Il piccolo edificio si compone di pochi ambienti legati fra loro e calibrati per lo svolgimento ottimale della disciplina sportiva principale e delle attività di supporto ad essa, quale la formazione, il controllo e la gestione che trovano collocazione in tre locali che di affacciano sulla sala di arrampicata. L'ingresso, sul fronte ovest, al quale si arriva da un percorso pedonale che collega il nuovo impianto alla “maxi palestra” esistente, distribuisce alla sala di arrampicata, agli spazi di supporto, al posto di primo soccorso e ai servizi igienici, organizzati in due bagni, uno dei quali dimensionato per disabili e dotato di doccia. La configurazione in due bagni, quello femminile accessibile, è suggerita dalla guida alla progettazione accessibile e funzionale edita dalla Regione che sconsiglia di individuare un bagno riservato evitando che rimanga chiuso o adibito a deposito. Chiudono la composizione un locale di deposito per le attrezzature sportive e la centrale termica.
Per favorire la mobilità e garantire l'accessibilità dell'area e della struttura, attraverso la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo, in conformità al DM 236/1989 e al DPR 503/1996 si prevede l'integrazione dei percorsi con segnali tattili posati a terra. Considerando che il marciapiede esistente che verrà integrato, dagli spogliatoi esistenti alla nuova struttura e la pista in terra battuta dotata di cordoli, si possono considerare come guide naturali che conducono lungo un percorso privo di pericoli, si prevede la realizzazione a terra di aree tattili specifiche atte a segnalare a ipovedenti l'imbocco del percorso di accesso e i cambi di direzione per raggiungere agevolmente l'accesso alla nuova palestra e agli spogliatoi che verranno anch'essi opportunamente segnalati.

Dal progetto preliminare al definitivo, differenti soluzioni progettuali

La differenza più evidente è morfologica, la forma dell'involucro è stata modificata per diverse ragioni di seguito evidenziate. Nella prima soluzione le pareti est e ovest di calcestruzzo erano parallele e uguali ed entrambe raggiungevano la massima altezza, ora solo la parete ovest è in calcestruzzo e raggiunge un'altezza di circa 10 metri, mentre l'altra è realizzata con un telaio in legno lamellare per arrivare ad un altezza utile interna (all'orditura secondaria) di 18,30 metri. Ne consegue da questa alterazione che la copertura si deforma e si scompone in tre falde triangolari che degradano con differenti pendenze; la forma dell'involucro, prima abbastanza rigida, si arricchisce ed acquista un carattere dinamico. Semplificazione strutturale ed operativa, maggiore sostenibilità nell'uso dei materiali: le due pareti in calcestruzzo ponevano problematiche costruttive complesse, piuttosto che arrivare solo fino a 10 metri con una sola parete; l'altra diviene un telaio in legno da realizzare fuori opera e da montare, usando al contempo un materiale sostenibile per eccellenza. Semplificazione tradotta anche in uno schema statico ottimale che richiede dimensioni minori di fondazioni, dove il setto ovest, irrigidito dal nuovo piccolo corpo sporgente (che contiene il boulder e il vano tecnico) e dalla parete nord, fanno da vincolo rigido al quale si connettono la copertura e la parete est. La diminuzione del volume interno di circa 1000 metri cubi migliora notevolmente il rapporto di forma nella determinazione del fabbisogno energetico del sistema. Migliora anche il supporto per le pareti di arrampicata che richiederanno un telaio semplificato per la realizzazione di parti strapiombanti perché la copertura diviene la naturale prosecuzione di una delle pareti.
Si complica invece la struttura principale della copertura, ma ne diviene un valore aggiunto nella percezione interna ed esterna della forma; la falda si scompone in tre parti e questo deve far ripensare alla scelta dei pannelli fotovoltaici. L'orientamento rimane buono, ma si presentano due falde con pendenze differenti e di forma triangolare che non si prestano in modo ottimale nel posizionamento di pannelli rettangolari; considerando comunque che il costo a Kw di potenza installata è simile per le diverse tecnologie, la scelta estetico-prestazionale può essere spostata al progetto esecutivo senza compromettere la valutazione economica.
Compare in questa versione un nuovo piccolo corpo sul fronte ovest che accoglierà due funzioni distinte: un vano tecnico per le attrezzature e le macchine degli impianti e il boulder, spazio di altezza contenuta a circa 3 metri, attrezzato con materassi a terra dedicato all'allenamento individuale che consente la prova di situazioni di grande difficoltà in assoluta sicurezza.
Un'importante scelta innovativa riguarda la tipologia dell'impianto per la produzione di calore, volendo perseguire la strada dell'indipendenza dalle fonti energetiche non rinnovabili è stato messo a punto un sistema integrato fotovoltaico-geotermico che consente di produrre la necessaria potenza termica sfruttando il potere calorico e lo scambio termico del terreno, in particolare dell'acqua di falda che le sonde geotermiche a circuito chiuso intercettano nel sottosuolo. La necessaria pompa di calore con elevatissimo rendimento viene alimentata dall'energia elettrica generata dall'impianto fotovoltaico, che provvede anche al fabbisogno di illuminamento.
Data la resistenza dell'ente gestore della rete elettrica alla ripartizione dell'energia, prodotta in eccesso, ad altre utenze riferite allo stesso soggetto è necessario dimensionare il campo fotovoltaico sul consumo reale del nuovo fabbricato, in sostanza prevedere l'autoconsumo senza sovrapproduzione, oppure integrare la nuova struttura all'utenza del palazzetto così che l'eventuale sovrapproduzione possa essere indirizzata a sopperire, anche se parzialmente, alle necessità energetiche dell'impianto sportivo esistente.

Verso un edificio a costo zero

La nuova sensibilità verso il contenimento dei consumi energetici, la produzione di energie alternative, verso la realizzazione di fabbricati che riducano al minimo i costi di gestione sono le ragioni di alcune novità di grande rilievo che compaiono nella proposta di questo fabbricato: la realizzazione della copertura con pannelli fotovoltaici che garantisce la produzione dell'energia per il fabbisogno dell'impianto sportivo; la valutazione sulle tecnologie da adottare, a parità di costi, tiene conto della nuova configurazione delle falde della copertura e delle rispettive prestazioni. Una soluzione individua nella tecnologia CIS un'eccellente relazione prezzo/prestazione: il contenuto coefficiente di temperatura produce buona potenza anche a temperature elevate, la sensibilità alla luce diffusa è marcata, mentre le cellule disposte verticalmente evitano perdite di potenza dovute all'effetto ombra, infine le aree di produzione possono essere differentemente orientate senza produrre scompensi. L'altra soluzione identifica il pannello a film sottile in silicio amorfo che ha caratteristiche simili e grande versatilità di posa che garantisce una perfetta integrazione con la copertura.
In ragione di questo prezioso valore aggiunto il fabbricato è stato configurato (non solo forma quale espressione di un valore collettivo, sopra accennato) nel modo più efficace per ottimizzare l'assorbimento delle radiazioni solari e la sua copertura è inclinata verso sud di circa 50° così che il pannello solare non richieda ulteriori sottostrutture per l'orientamento. Una riflessione è doverosa in riferimento al costo dell'impianto fotovoltaico che la produzione e autoconsumo di energia elettrica ripagherà nel tempo; considerando il consumo stimato di 13000 Kw e le attuali tariffe elettriche (destinate ad aumentare in funzione del prezzo del petrolio) il risparmio previsto si attesta indicativamente in 3.300 €/anno.
L'impianto per la produzione del calore con sonde geotermiche rende estremamente efficiente l'uso della pompa di calore e lo sfruttamento dell'energia prodotta dal fotovoltaico, realizzando una sinergia ottimale per rendere indipendente il fabbricato dalla necessità di fonti di energia non rinnovabile; si prevede l'installazione inoltre di un pannello solare termico che possa compensare il sistema o in alternativa di una caldaia a condensazione per eventuali sovraccarichi di fabbisogno energetico che si configura unicamente come fonte energetica di emergenza.
Nella direzione del risparmio energetico vanno anche le scelte migliorative per la protezione dell'involucro edilizio: aumento degli spessori di isolamento termico, migliori prestazioni dei serramenti che faranno di questo fabbricato un edificio a basso consumo sempre in relazione alla capacità di spesa per intervenire in modo efficace su questi elementi. Infine l'orientamento verso la tipologia di impianto di riscaldamento radiante a pavimento è finalizzata anch'essa al contenimento dei consumi, sicuramente più oneroso nell'investimento iniziale, ma garante di migliore comfort ambientale e di consumi ridotti; vista la natura e l'uso mutevole dello spazio della palestra, questa tipologia di impianto è l'unica a garantire un efficace percezione del calore nella parte bassa, entro i primi due metri, senza disperdere inutilmente energia per il riscaldamento dell'intero volume, in sostanza la trasmissione del calore avviene per irraggiamento con minimo riscaldamento dell'aria.
L'illuminazione naturale preferenziale entra da una vetrata a tutta altezza a nord così da impedire effetti di abbagliamento e avere una luce costante durante l'arco della giornata, l'apertura orientata a sud è invece più bassa, calibrata in modo tale che l'irraggiamento estivo non possa penetrare l'involucro, mentre quello invernale apporti i benefici calorici dei raggi solari con bassa inclinazione. Le grandi dimensioni garantiranno un'efficace illuminazione naturale diurna in ogni momento dell'anno, mentre lampade a basso consumo forniranno l'illuminazione artificiale quando necessaria. Le vetrate avranno caratteristiche a taglio termico con vetri basso-emissivi che impediscono alle radiazioni termiche di disperdersi all'esterno.
La circolazione dell'aria in tutta la struttura sarà per convezione naturale favorita dall'altezza dell'involucro e dal gradiente termico che in essa si genera. L'azione combinata dell'irraggiamento solare, del calore interno e del vento (se presente) genera una depressione nel sistema di circolazione dell'aria che permette all'aria calda e viziata di fuoriuscire dalle aperture poste nella parte alta della vetrata a nord. Non sarà necessaria l'installazione di un impianto di ventilazione e di condizionamento perché l'effetto così innescato garantirà il ricambio necessario dell'aria e raffrescherà l'interno nel periodo estivo.
Un ulteriore fattore di sostenibilità è individuabile nella scelta di realizzare la maggior parte dell'involucro del corpo della palestra in legno e nell'uso di materiali isolanti in fibra minerale ad alta densità, in particolare sulla copertura per garantire anche un adeguato sfasamento e smorzamento dell'onda termica.
Nella ricerca sulla forma architettonica grande attenzione si è voluta porre sull'inserimento ambientale, alquanto difficoltosa vista l'altezza richiesta dalla palestra e dall'impossibilità di andare in profondità, la tensione è stata quella di ricercare una mediazione tra il terreno mantenuto a prato e l'involucro della palestra; la parte bassa viene ricoperta da una collina artificiale che permette al prato di proseguire al di sopra, divenire copertura verde e luogo di transito, d'incontro, nuovo punto di vista per guardarsi attorno, piccola platea per eventuali spettacoli.
L'obiettivo è andare verso un edificio a “costo zero” nella gestione delle risorse energetiche, l'energia prodotta verrà impiegata nel funzionamento di questo impianto, se il bilancio energetico tra il consumo e la produzione risultasse più favorevole l'energia in eccesso potrebbe essere utilizzata per alimentare anche gli impianti sportivi adiacenti.
Materiali e scelte percettive

Le tecniche costruttive adottate sono di tipo tradizionale, strutturalmente si fa riferimento al calcestruzzo e al legno lamellare, la complessità del manufatto risiede nella sua altezza, senza elementi intermedi di irrigidimento, che raggiunge quota 20 metri; lo schema statico ipotizzato definisce una struttura resistente in cemento armato, la parte ovest della palestra, che irrigidisce l'intero involucro vincolando a se, attraverso la copertura, anche il fronte est, costituiti da un telaio in travi lamellari, da controventi in legno e dal tavolato preverniciato.
I materiali percepiti all'esterno saranno dunque calcestruzzo grezzo, non particolarmente curato, per la facciata ovest e parte di quella nord, nella porzione d'angolo, superfici che potranno divenire supporto per l'arrampicata esterna; scandole in alluminio preverniciate colore ardesia o grigio antracite rivestiranno invece la facciata est a protezione della parte realizzata in legno; alluminio preverniciato grigio metallizzato per il manto di copertura costituita da nastri aggraffati sui quali sarà integrato il campo fotovoltaico. L'involucro, inizialmente compatto e pesante si scompone e alleggerisce, assume dinamismo nella deformazione del volume. Il macigno di partenza viene disgregato, ne rimane la percezione dimensionale e ideativa, ma esso viene tradotto nell'aggregazione delle diverse facce, diversamente trattate dalla luce.
In alluminio a taglio termico con vetro basso emissivo sono i serramenti, le chiusure trasparenti dell'involucro, sia della palestra che del corpo basso, le parti cieche avranno un rivestimento in legno o alluminio di colore scuro.
Il basso volume della collina viene trattata con intonaco bianco per distinguerlo in modo evidente dal volume che lo sovrasta, dalla collina si penetra nell'antro, il movimento, il confrontarsi di questi elementi dev'essere suggerito in primo luogo dalla relazione morfologica fra essi. Si viene condotti dal prato che sale al centro dello spazio frastagliato modellato dalle pareti di arrampicata, in pannelli multistrato fissati alla sottostruttura in acciaio che sarà realizzata in una seconda fase.
Le pavimentazioni interne, sono in parquet industriale, ideale per tutte le attività ginniche; quelle esterne sono in cemento lisciato in continuità con quelle esistenti così da mantenere l'uniformità dello spazio urbano.

11 novembre 2008

Spittando Spittando

I nostri amici Albino e Gianni Dorigo del NoLimitsExtreme ci invitano a ingaggiare lo "scontro" con gli spit della nuova falesia che hanno attrezzato a Villa Santina, a fianco del Pilastro Mazzillis.


Difficoltà dal 6b in su per i nove nuovi tiri. Tutti da liberare!!

Arrampicando sull'urlo

E' stato chiamato in vari modi: il campanile più bello del mondo per Severino Casara, l'urlo pietrificato per Spiro Dalla Porta Xidias. Mauro Corona l'ha disegnato come formato da molteplici facce ghignanti di spiriti dei boschi.

Tra fantasia e letteratura lo stupendo scherzo della natura mantiene il suo fascino intatto, e ogni occasione è buona per farci una capatina.

Da qualche anno è per noi la degna chiusura della stagione, magari in compagnia degli allievi freschi di corso.
Quest'anno con Bepi, Loris, Roberto e Mara c'erano i nuovi Orsi Renzo e Pio.



Finalmente in cima

La calata Piaz







10 novembre 2008

Cima Piccola della Scala

Tra le numerose salita effettuate (oltre trenta ascensioni) quest'anno dal nostro Cristian Mauro vi è una classica della Alpi Giulie: la Cima Piccola della Scala. Interessante cima nel gruppo di Riobianco, salita per la prima volta nel 1917 da Klug, Renker e Stagl, che poi proseguirono per cresta alla Cima Grande della Scala.





Con Renzo Ottogalli Cristian ha salito la Bulfon - D'Eredità, via aperta nel 1959, con difficoltà di terzo e quarto, e un passaggio di quinto.

07 novembre 2008

Mentre fuori piove

Mentre fuori piove continuamo il nostro ripasso di tecnica. Parliamo di nodi. Facili. Ripetitivi. Ma che proprio il quel momento li ci insinuano il dubbio! Sto facendo la cosa giusta? Visto che da quel piccolo ordinato groviglio di corda dipende la nostra sicurezza mentre ci divertiamo diamo un veloce ripasso, aiutati da disegni esplicativi.



  1. Nodo a otto: per il collegamento tra la corda di cordata e l'imbracatura. Qui è rappresentata la realizzazione "copiata".Viene anche detto nodo delle guide con frizione, o ancora nodo Savoia.Come tutti i nodi per l'imbrago deve essere eseguito il più vicino possibile all'imbrago stesso per evitare che l'asola si incastri nella roccia e per poter rimanere il più possibile vicino alla roccia quando ci fermiamo su di un rinvio; cosa non possibile se il nodo è a 40 cm dall'imbragatura.

  2. Nodo semplice copiato o nodo fettuccia: per chiudere le fettucce.Risulta essere l'unico nodo che dia garanzia di non allentarsi (e quindi sciogliersi) accidentalmente.Lasciare qualche centimetro di lunghezza per i capi liberi che escono dal nodo e controllare periodicamente che tale lunghezza non si sia ridotta.

  3. Nodo semplice per giunzione cprde per calata in doppia: il nodo semplice viene usato anche per giuntare 2 corde da usare per una discesa in corda doppia.È quello che ha le minori probabilità di incastrarsi nel passare uno spigolo durante il recupero della corda.

  4. Mezzo barcaiolo: per l'assicurazione reciproca (di uno verso l'altro) dei componenti la cordata.La mano che frena può resistere ad una forza fino a 2.5 kN.


    Può essere realizzato anche con 2 corde nello stesso moschettone.

  5. Barcaiolo: per l'autoassicurazione dei componenti la cordata.

  6. Asola di bloccaggio: manovra per bloccare il mezzo barcaiolo in situazioni di emergenza.Nel secondo disegno viene realizzata la controasola di sicurezza.
  7. Machard: nodo autobloccante. Se caricato (in entrambe le direzioni) blocca lo scorrimento del cordino sulla corda.

  8. Prusik: nodo autobloccante in entrambe le direzioni come il Machard. Rispetto a questo funziona meglio in condizioni di corda bagnata o sporca di fango.

  9. Nodo inglese doppio: Ancora un nodo per giuntare cordini. Questo è necessario per la giunzione di cordini in kevlar.

  10. Nodo bulino infilato : una variante del bulino utile per collegare l'imbragatura alla corda di cordata.Se sottoposto a strappi è più facile da sciogliere del nodo a otto.Presenta qualche rischio di scioglimento accidentale ed è di più difficile esecuzione rispetto al nodo a otto


06 novembre 2008

Ho finito la pelle!!

Ho finito la pelle!!" Quante volte ci siamo trovati a dire questa frase? In verità abbiamo consumato parte dell'epidermide.
Ma cos'è l'epidermide?
L’epidermide, anche quella dei polpastrelli, è un tessuto epiteliale (formato in gran parte da cellule) in continua rigenerazione.
L'epidermide è formata da sei strati, solo sulla superficie palmare di piedi e mani è presente anche lo strato calloso.




Lo strato più profondo dell’epidermide a contatto con la membrana basale è formato da cellule in continua divisione (una cellula si moltiplica dividendosi in 2 cellule).
A causa di questa continua moltiplicazione le cellule vengono man mano spinte verso la superficie, mentre maturano, disidratandosi e trasformandosi in cellule dure e cheratinizzate. Lo strato cutaneo più superficiale è sottoposto ad una continua perdita di cellule per l’esfoliazione e le escoriazioni. In pratica le cellule si moltiplicano in profondità spingendo verso l’esterno le altre cellule che nel frattempo maturano per arrivare allo strato superficiale dure e asciutte, mentre sullo strato superficiale le cellule, si staccano da sole o vengono grattate via. L’arrampicata specie se praticata su rocce o resine molto ruvide (ovvero con grane o con cristalli ad angoli molto vivi), comporta un’esfoliazione importante spesso associata ad abrasioni.
Ci si trova così a pensare “ho finito la pelle!!”.
Questo pensiero nasce dalla sensazione di fastidio, o dal dolore che si ha quando si son persi gli strati più superficiali di cute, quelli maturati, formati da cellule ormai morte e cheratinizzate, indurite.

In genere a questo punto ci sono ancora molti strati di cellule in maturazione prima di giungere alle creste della membrana basale (dove finisce la cute e inizia il sottocute) proprio in base a questo si distingue tra escoriazione (quando si giunge alla membrana basale) ed eccessiva perdita di strati cutanei. Per riconoscere clinicamente una escoriazione si deve osservare se esce del sangue o del siero (un liquido chiaro che diventa appiccicoso quando asciuga).
L TRATTAMENTO Nel mondo dei climber c’è una miriade di rimedi per questo problema, la maggior parte sono sbagliati, ma funzionano in quanto le cellule continuano comunque a moltiplicarsi e a maturare riportando fisiologicamente la situazione alla normalità in pochi giorni. Fuori dal mondo dei climber per questo problema c’è un rimedio infallibile, sicuro ed economico: l’astinenza dall’arrampicata…… purtroppo nel nostro mondo non è praticabile.

Quando “si ha finito la pelle” bisogna innanzitutto capire se si è di fronte a una eccessiva perdita di strati cutanei o a una escoriazione, come si è già spiegato sopra. Nei casi di una eccessiva perdita di strati cutanei, si deve fare in modo di accelerare la crescita della cute, ovvero accelerare la divisione delle cellule e la loro maturazione. Per fare questo si deve, dopo un’accurata pulizia, asciugare bene la cute e mantenerla all’asciutto e a contatto con l’aria, in quanto la disidratazione delle cellule è una parte importantissima del processo di maturazione. Inoltre l’aria ambiente è un’importante fonte di ossigeno per la cute.



Quindi vanno evitate creme cremine e impacchi untuosi (anche se venduti in farmacia). Il provvedimento più importante è il calore, in quanto aumenta l’attività enzimatica rendendo più rapido il metabolismo cellulare. Così si accelera la moltiplicazione e la maturazione cellulare e quindi la ricrescita della pelle.


È bene mantenere le mani al caldo con dei guanti, o scaldamani o mettendole su un termosifone, inoltre si deve stare al caldo, non sentire freddo, dato che il freddo causa una vasocostrizione periferica con conseguente minor apporto di sangue alle dita. In casi estremi quando si deve scalare per forza anche il giorno dopo taluni, praticano degli impacchi con alcool. Tale pratica permette di disidratare le cellule degli strati più superficiali della cute, in modo da maturarle artificialmente. Il metodo è poco ortodosso ma in casi d’emergenza è efficace, anche se ritarda lievemente la crescita nei giorni successivi. Spesso viene utilizzato inconsapevolmente usando le magnesiti liquide che sono a base alcolica.




I rivestimenti: alcuni teorizzano l’utilizzo di membrane da applicare sulla cute. Una prima categoria comprende dei prodotti spray a base di fibrina e altri collanti, questi prodotti hanno il pregio di essere traspiranti, ma hanno una resistenza meccanica all’abrasione molto bassa, vengono quindi rimossi causando anche una certa perdita di aderenza alle prime sollecitazioni meccaniche.

Una seconda categoria comprende delle colle come il super-attack queste hanno un’ottima resistenza meccanica, ma non permetteno la traspirazione e neppure l’evaporazione del sudore che quindi ristagnano sotto la cute, causandone la macerazione (come quando la cute viene lasciata a mollo per ore) e diminuzione della resistenza. La terza via, la più diffusa, la più pratica è probabilmente la più efficace: il cerottaggio, protegge molto bene la pelle, causa una minima macerazione, ma ha lo svantaggio di diminuire la sensibilità sugli appigli, il grip può diminuire o aumentare a seconda del tape utilizzato.


La carta più efficace comunque è la prevenzione: si deve cercare di evitare di rendere molle la cute, quindi la si deve tenere il piu possibile all’asciutto. E’ bene non bagnare troppo frequentemente le mani; tenerle a mollo, per un tempo il più breve possibile, asciugarle velocemente. Senza arrivare a non lavarsi mai ovviamente, ma si devono attuare delle strategie per non lasciare le mani a mollo, come ad esempio usare i guanti quando si lavano i piatti. Inoltre è possibile sviluppare lo strato calloso, che da una consistenza molto superiore alla cute, può essere stimolato tramite stimoli meccanici ripetuti per lunghi periodi. Ad esempio maneggiare oggetti ruvidi, arrampicare su rocce o resine ruvide. Taluni strofinano i polpastrelli con la carta vetrata. È un metodo in parte efficace, ma va utilizzato solo per stimolare la cute, la cute non va asportata, in quanto è una materia prima preziosa. Un callo eccessivo però non è sempre utile, in quanto avendo un’elasticità differente dalla cute adiacente le tensioni scaricandosi ai margini del callo creano dei tagli. Da questi tagli le forze possono causare lo strappo del callo. Per questo in casi di callo eccessivo lo si può limare. In pratica per non avere problemi alla pelle si deve arrampicare… tanto! ....ma non troppo!

A cura del Dott. Kelios Bonetti

Cambio alla guida degli Orsi

Dopo cinque anni Paolo Chiarcos lascia la guida degli Orsi: un lustro che ci ha visto crescere notevolmente.
Crescita sia tecnica che umana. Sono cresciuti i gradi di difficoltà, sono cresciuti i corsi e tutte le attività che seguiamo, e siamo cresciuti noi come persone, dimostrando una notevole compattezza d'intenti quando c'è da rimboccare le maniche per lavorare.
Un grazie a Paolo e a tutti quelli che hanno contribuito a questa crescita.
Per il futuro ci affidiamo a una duplice guida: poichè gli impegni che abbiamo davanti a noi sono tanti e importanti, nella riunione di mercoledi 5 novembre abbiamo deciso di affidare le redini del gruppo a Luca Chiarcos e Roberto Dattilo, che, a partire da gennaio, si divideranno le gestioni delle attività e dei corsi lungo il cammino che nel 2010 ci porterà ad inaugurare la nuova sede della nostra Sezione.
La nuova sede, con la palestra di arrampicata più alta d'Italia oltre che essere un nostro vanto, sarà senz'altro un nostro grande impegno, al pari del progetto di aprire la scuola di alpinismo, per cui guardiamoci bene negli occhi e diamo tutti un pò del nostro tempo per contribuire a realizzare questo progetto.





Chiusura attività Sezionale

Domenica 9 novembre la nostra Sezione ha in programma la Festa di Chiusura 2008: verrà effettuata un'escursione ad anello tra Andreis e Bosplans.
Seguirà il pranzo presso il ristorante Ponte Antoi di Barcis.
Per chi non vuole fare l'escursione, e se il tempo lo permette, si potrà andare ad arrampicare nella vicina falesia della Val Colvera, o se proprio siete stanchi ci si ritrova al ristorante per le 13.
E' un'occasione importante di ritrovo, quindi vediamo di essere numerosi; inoltre verrà consegnato il Distintivo d'Oro al nostro Capogruppo Paolo Chiarcos per i 25 anni di iscrizione al Club.

04 novembre 2008

Soste e sicurezza

Poco tempo fa ci siamo ritrovati in sede per un breve aggiornamento sulla costruzione delle soste. Fabrizio ci ha illustrato in maniera semplice e chiara quello che dobbiamo fare.

Dopo aver attrezzato la sosta all'attacco della via, il secondo di cordata è legato alla sosta con un nodo barcaiolo ed è pronto a fare le manovre di corda assicurando il proprio capo cordata con il mezzo barcaiolo.
Come già detto il mezzo barcaiolo permette alla corda di scorrere: un capo della corda che esce dal nodo sarà legato all'imbrago del capocordata (con nodo delle guide) e, chi manovra, dovrà sempre tenere saldamente in mano la parte di corda che esce dall'altra parte del nodo.
Mentre il capo cordata comincia ad arrampicare, il compagno manovra utilizzando entrambe le mani: con una mano "tira" la corda verso il compagno e contemporaneamente con l'altra mano "accompagna" la corda dentro il nodo.
E' con quest'ultima mano che in caso di caduta del compagno, chi fa sicura, riesce a bloccare la corda praticamente senza sforzo (il mezzo barcaiolo decuplica lo sforzo di chi assicura)
Nella figura vediamo: la mano destra, con la quale chi assicura "tira" la corda verso il capocordata e la mano sinistra, che contemporaneamente dà corda,favorendo lo scorrimento nel nodo.

E' proprio quest'ultimo lato della corda che non deve mai essere lasciato libero con la mano per essere in grado di bloccare il nodo in qualsiasi momento.

Da ricordare che le mani non devono mai essere troppo vicine al nodo: in caso di strappo improvviso le dita andrebbero ad incastrarsi nel mezzo barcaiolo con conseguenze poco piacevoli.

N.B. In queste pagina descriviamo come si esegue la manovra "classica", senza l'uso di attrezzi specifici come il secchiello.