30 ottobre 2008

Un attimo di riflessione

Lettera di Paolo Rumiz al presidente del Cai Annibale Salsa.
In occasione del 98esimo Congresso del CAI - Predazzo .

Caro Salsa, ti invio questo mio intervento perché sia letto nella sede appropriata. Mi dispiace non essere venuto, ma nella lettera capirai.

Cari amici,

E’ curioso che non possa essere qui tra voi perché il mio giornale mi ha spedito a occuparmi di montagna. Questa mia diserzione è figlia della stessa emergenza che sarà sul tavolo dei vostri lavori. Devo vedere cosa accadrà quando la scure dei tagli pubblici si abbatterà sulle ultime scuole lasciate a presidio delle valli più lontane e spopolate. Lo dico con dolore. Per l’ennesima volta devo monitorare un abbandono di terre alte che apre la strada ai… cinghiali, al degrado e al saccheggio delle risorse. Il mio disappunto per non essere qui a Predazzo è attenuato – ma solo in piccola parte - da questa mia “chiamata alle armi” a difesa dei territori di cui - oggi qui - vi occupate.

Questa mia non è una semplice lettera formale di scusa per un’assenza. E’ qualcosa di più. E’ un’invettiva contro il degrado della montagna di cui vorrei che il Cai tenesse conto, e quindi vorrei fosse considerato un intervento a tutti gli effetti. Ritengo che i lavori sulla Tutela ambientale debbano essere prioritari su qualsiasi altra discussione, tale è l’emergenza che ci troviamo a fronteggiare. Tutto il resto – reclutamento soci, cultura, manifestazioni - sono quisquilie rispetto alla trasformazione biblica cui stiamo assistendo e che la civiltà dello spreco fa di tutto per non farci vedere nella sua reale gravità.

Gli alpinisti non sono una casta. Essi fanno parte dell’Italia e non devono tutelare se stessi per costruirsi serre riscaldate, ma esporsi in prima linea – nel vento forte - per tutelare coraggiosamente il loro Paese, il nostro Paese, senza guardare in faccia nessun Governo, nessun colore politico, nessuna confraternita di pressione economica o politica. Vorrei che il Cai sapesse di essere una lobby e di avere una massa critica e una capacità di pressione sufficienti a cambiare le cose, una forza d’urto che esso può esercitare, se necessario, platealmente, facendosi sentire con iniziative clamorose sotto il portone del Palazzo. Non ci sono più alibi per defilarsi.

Ho cominciato a frequentare la montagna da bambino. Da adolescente ho sognato le prime arrampicate leggendo “Alpinismo Eroico” di Emilio Comici, e talvolta, inseguendo questo eroismo ho rischiato la vita da incosciente. Erano gli anni in cui, specialmente nella mia Trieste, le Alpi erano le sentinelle della Nazione. Da Aosta a Tarvisio gli Alpini uscivano ancora con i muli. Poi è arrivata la stagione adulta, il sesto grado, le nuove vie aperte in Pale di San Martino, Gruppo dell’Agner, Dolomiti della Sinistra Piave. A trent’anni ho lasciato l’arrampicata, quando ho messo su famiglia, ma ho continuato a frequentare la montagna con occhio attento alle sue genti e al suo habitat.

Negli anni seguenti ho raccontato l’Alpe come giornalista e scrittore, continuando a percorrerla in silenzio, e più la percorrevo, più aumentava la mia insofferenza per certo alpinismo – ginnico, narciso e dunque infantile - che puntava all’estremo ignorando tutto ciò che circondava lo strapiombante itinerario verso la vetta. Tutto, a partire dagli uomini. Essi non vedevano l’agonia dei ghiacciai, l’inselvatichirsi del territorio, la desertificazione dei villaggi, la requisizione delle sorgenti, l’aggressione agli ultimi spazi vergini, la cementificazione degli altopiani, la costruzione di impianti di risalita nel cuore di parchi naturali. Non reagivano allo smantellamento del paesaggio che la nostra Costituzione ci impone di tutelare.

Nel 2003, l’anno della grande sete, ho monitorato le Alpi, in un affascinante viaggio di quattromila chilometri dal Golfo di Fiume fino alle Alpi Liguri. Ne ho tratto un racconto a puntate uscito in 23 puntate su “la Repubblica”, una pagina al giorno. Il Grande Male che ci mina dall’interno era visibile ovunque, nel prosciugamento dei fiumi. Mai nella storia d’Italia, erano stati così spaventosamente vuoti. Il loro simbolo era il Piave, teoricamente sacro alla Patria, ma praticamente ridotto a un rigagnolo, un greto allucinante spesso più alto delle stesse strade che lo costeggiano. Uno stupro perpetrato dalla stessa Enel che aveva ereditato il Vajont.

Non esiste in Europa un Paese con i fiumi nello stato pietoso di quelli italiani. Le nostre acque non mormorano più, sulle nostre valli scende una cortina di silenzio funebre di cui nessuno parla. La gravità della situazione non sta solo in quelle ghiaie allucinanti, ma nel fatto che pochissimi le notino, nel fatto che TUTTO attorno a noi – dalla pubblicità audiovisiva nelle stazioni alla dipendenza nazionale dai telefonini - è costruito perché non ci rendiamo conto del disastro e continuiamo a dormire sonni tranquilli fino a requisizione ultimata delle risorse superstiti.

L’opinione pubblica italiana dorme, sta a noi svegliarla. Sta a noi, innamorati della montagna, ricordare che l’Italia è malata e nonostante questo c’è chi vuole succhiarle le ultime risorse. Una notissima multinazionale dell’alimentazione sta apprestandosi a requisire le ultime fonti dell’Appennino tosco-emiliano; altre società hanno catturato le residue sorgenti libere della Val Tellina con la scusa di preservare una risorsa preziosa. Si inventano eufemismi per consentire gli espropri: per esempio “neve programmata”, per nobilitare quel salasso di fiumi moribondi che si chiama innevamento artificiale.

Si afferma che pompare acqua dai fiumi serve a sostenere l’economia della montagna e quindi a evitare lo spopolamento, ma tutti – anche i citrulli – sanno che quegli impianti affogano in deficit spaventosi che la mano pubblica, resa sensibile da opportune donazioni, sarà chiamata a coprire con i nostri soldi. E tutti, nel comparto, sono a conoscenza che più nessuno in Austria, Francia, Slovenia, Svizzera e altre nazioni montanare d’Europa, programma seggiovie a quote dove la neve non arriva se non episodicamente.

Ma la grande scoperta della mia vita di giornalista è stata l’Appennino, che ho percorso metro per metro nel 2006, dando vita a un’altra serie di reportage. Ho scoperto un arcipelago di meraviglie e una rete di uomini-eroi che si ostinano a resistere in quota perché hanno la lucida certezza che l’equilibrio del nostro Paese dipende dalle terre alte. Un’Italia minore, dimenticata dal potere, della quale temo che il nuovo federalismo in auge servirà solo a sdoganare il saccheggio.
Il simbolo di questa aggressività suicida del Paese verso la sua montagna l’ho visto incarnato nella pastorizia, massacrata di divieti e schiacciata da un’alleanza fra burocrati di provincia e una grande distribuzione che spaccia nei nostri negozi carne straniera senza nome e senza qualità. La pastorizia, cenerentola dimenticata, dopo essere stata per secoli inestimabile ricchezza del Paese.
Sempre più spesso capita che ai piccoli comuni spopolati e in bolletta si presentino emissari di grandi aziende che, in nome dell’equilibrio ambientale e altre cause nobili come l’abbattimento del CO2 o il salvataggio delle acque, propongano la costruzione di piccole o grandi centrali, come quella a biomasse che presto stravolgerà la parte più intatta dell’Appennino parmense. Senza più lo Stato alle spalle, questi Comuni non hanno più gli argomenti tecnici e la capacità contrattuale per dialogare alla pari con questi giganti danarosi, capaci di mettere a tacere qualsiasi resistenza. La montagna da sola non ce la fa a proteggersi. Anzi, talvolta è la peggior nemica di se stessa.

Per questo credo che, oggi nel Cai, il ruolo di sentinella dell’Alpe vada rivisto. Noi soci restiamo sentinelle, certo: sapendo però che il nemico non è più esterno alla frontiera, ma abita qui e si muove come vuole nella finanza, nell’economia e nella politica del Paese. Per batterlo serve un’alleanza fra città a provincia, alpinisti e montanari. Il Cai deve ritrovare lo spirito delle origini, laico e indipendente dell’Italia post-risorgimentale che partì alla scoperta di se stessa, monitorando, crittografando, esplorando con passione ogni angolo sperduto del territorio appena unificato. L’Italia è un Paese di montagna, e non voglio che diventi un’esausta colonia, a disposizione di poteri senza patria.

E verrà un giorno in cui i fiumi si svuoteranno, l’aria diverrà veleno, i villaggi saranno abbandonati come dopo una pestilenza, giorni in cui la neve e la pioggia smetteranno di cadere, gli uccelli migratori sbaglieranno stagione e gli orsi non andranno più in letargo. Verrà anche un tempo in cui gli uomini diverranno sordi a tutto questo, dimenticheranno l’erba, le piante e gli animali con cui sono vissuti per millenni.

Sembrano le piaghe d’Egitto. Invece è l’Italia di oggi. Pensate che uno ci dica tutto questo, un profeta solitario incontrato per strada. Gli daremo del matto? Oppure taceremo per la vergogna di ammettere che è già successo e di non aver fatto niente per impedirlo?

Paolo Rumiz
Se ci fermiamo un attimo a pensarci su non sprecheremo inutilmente del nostro tempo

29 ottobre 2008

L'edera velenosa

Da qualche tempo si parla dell’edera velenosa. Nelle falesie nostrane circolano solo delle voci, molto simili alle leggende metropolitane, mentre in America i climber la riconoscono a vista come noi riconosciamo le ortiche (50 milioni di casi ogni anno negli USA).

Dato il numero crescente di episodi e la lista degli avvistamenti che continua ad allungarsi, mi sono deciso a scrivere questo articolo anche se non si tratta di una patologia arrampicatoria in senso stretto. In particolare mi ha colpito l’episodio di una comitiva di giovani climber finita al pronto soccorso dopo essere stati alla “Grotta dell’edera” a Finale. In verità alcune testimonianze e alcune foto sembrano mostrare anche la presenza del poison oak, un arbusto con effetti simili.


Il contatto con questa pianta porta a una dermatite allergica da contatto con formazione sulla cute di flittene (bolle). La guarigione è abbastanza lenta, e con la cute rovinata si deve sospendere per un po’ l’attività arrampicatoria per la fragilità della pelle e per il rischio di infezioni delle piaghe che restano se si rompono le bolle. Inoltre la cute interessata rimane per diverso tempo con delle poco estetiche striature scure.

Un pò di cultura sull’edera velenosa (per chi ha tempo per leggere)
L'Edera velenosa (Toxicodendron radicans), è una pianta della famiglia delle Anacardiaceae.Non ha nulla a che vedere con l' edera comune (Hedera helix). Determina dermatite da contatto. Si presente sotto le forme di pianticella fino a 120 cm, o arbusto, o rampicante. Come si può vedere dalle foto le foglie a seconda del periodo di maturazione hanno forme e colori diversi. È tipica del nord america, ove predilige terreni rocciosi con una buona umidità, cresce sotto i 1500 metri di altitudine. Produce delle infiorescenze bianche a piccole bacche.

Tutta la pianta secerne (ma soprattutto contiene al suo interno) una resina ricca in urushiolo un irritante della cute, responsabile di una dermatite da contatto su base autoimmune. L’urushiolo si lega a delle proteine della membrana cellulare e le modifica facendo sembrare al corpo che siano estranee, così il corpo produce contro di degli anticorpi per una risposta T-mediata, autodannengiandosi. Può causare anche reazioni anafilattiche. Il 20% circa della popolazione ne è immune in America, in Europa la percentuale è probabilmente molto più bassa.
Come tutte le reazioni allergiche ha bisogno di un primo contatto con l’antigene. In seguito in un periodo di 5-10 giorni il corpo crea delle immunoglobuline, che vengono poi liberate nei contatti successivi dando luogo alla reazione allergica-autoimmune, che in 6-24 ore si manifesta con un rash cutaneo, arrossamento, gonfiore, prurito più o meno intenso e la formazione di papule, flittene e bolle contenenti un liquido chiaro. Le bolle guariscono in 1-2 settimane, talvolta lasciano delle cicatrici discromiche. Talvolta le bolle o le ulcere che esitano dalla loro rottura si infettano. La tempistica delle manifestazione è influenzata da molte variabili.
È pericolosa anche l’ingestione della pianta e l’inalazione dei suoi fumi. La resina rimane attiva per anni, quindi anche il contatto con piante sradicate, animali, indumenti o materiali impregnati di resina può dare delle reazioni.

Perchè
Ci sono diversi pareri su come mai si stia verificando questa emergenza proprio adesso. C’è chi parla di un complotto ai danni dei falesisti (per le pulci sulle dolomiti c’è chi parla di un complotto dei falesisti ai danni degli alpinisti). Non essendo una pianta indigena nelle nostre falesie, l’ipotesi di semi portati da climber d’oltreoceano pare sensata anche se non supportata da prove. Comunque le falesie con le prime segnalazioni sono quelle più famose e quindi più visitate nei climb trip. Comunque se questa ipotesi è vera dobbiamo aspettarci di vederla spuntare in tutte le falesie, dato che ora siamo noi locals a fare da untori, specialmente considerando che le falesie pare offrano un buon habitat per questo vegetale

Cosa fare: dalla A alla Z

Prima rientrare in contatto:
· Imparare bene a riconoscerla guardando le fotografie (non sedendoci sopra).
· Quando possibile estirparla, togliendo anche le radici. Si raccomanda l’uso di guanti, attenzione agli avambracci
· Informare anche gli altri climber
· Sarebbe consigliabile posizionare un cartello di avvertimento in ogni falesia infestata. Ve ne ho preparato uno alquanto esplicito.

Dopo il contatto:

· Lavare abbondantemente la parte il prima possibile con acqua e sapone, essendo una resina non idrosolubile l’acqua da sola non basta (ma meglio che niente)
· Utilizzare possibilmente entro 30 minuti dei solventi specifici per questa resina dei tensioattivi non ionici, ad esempio Triton X-100. In America tra i climber è molto utilizzato un prodotto denominato Teknu. Questi prodotti sciolgono la resina contenente urushiolo., e devono essere poi rimossi dalla cute con acqua dopo 30 minuti. Attenzione ai solventi alcolici, taluni credono che aumentino la penetrazione della resina nella cute.
· Se appaiono arrossamenti ghiaccio a cicli di 10 minuti ( o meno se la cute è compromessa) avvolto in un panno asciutto.
· Rivolgersi ad un medico al pronto soccorso (non esiste un vaccino) o a un dermatologo (portategli pure questo articolo) che inizieranno a seconda della sintomatologia un trattamento con antistaminici e o cortisonici, topici o per via orale.
· In taluni casi il vostro medico potrebbe eseguire un intervento di svuotamento delle bolle in sterilità e una alcolizzazione della membrana per diminuire il rischio di rottura con la formazione di un ulcera ad alta possibilità di infezione. Non è stata provata l’efficacia di tale trattamento, pur essendo teoricamente corretto se eseguito con presidi di disinfezione ambulatoriale.
· Monitorare le bolle e le ulcere, l’instaurarsi di segni di infezione pone l’indicazione per l’inizio di una terapia antibiotica specifica per stafilococchi e streptococchi

· Lavare bene i vestiti e l’attrezzatura. Un normale detergente e un lavaggio in acqua calda (sconsigliabile sulla cute per non peggiorare i fenomeni infiammatori) generalmente riesce a rimuovere l urushiolo
· Non esporre le cicatrici al sole

· Sarebbe consigliabile posizionare un cartello di avvertimento in ogni falesia infestata. Ve ne ho preparato uno alquanto esplicito.



A cura del Dottor Kelios Bonetti, esperto in patologia arrampicatoria

Arrampicata e Medicina

Con questa presentazione iniziamo una collaborazione nel nostro blog con il Dottor Kelios Bonetti

Da qualche anno si interessa attivamente di patologia arrampicatoria. Grazie alla sua formazione di stampo ortopedico e all’esperienza maturata nei reparti di fisiatria e di chirurgia della mano ha approfondito la biomeccanica e la fisiopatologia del gesto atletico arrapicatorio, identificando molte patologie riscontrabili solo negli arrampicatori, praticamente sconosciute negli altri sport e nei comuni lavori. Grazie all’esperienza maturata sul campo nelle palestre di arrampicate, nelle falesie, sul nostro e su altri forum ha identificato per questo tipo di patologia tanto particolare. i migliori metodi di trattamento farmacologici, mesoterapici, ortesici, di correzione del gesto atletico, ed elaborando la teoria e la metodica di allenamento in scarico selettivo della struttura lesa.
Nonostante i buoni risultati nel trattamento della patologia arrampicatoria, la sue perforance arrampicatorie son sempre state scarse, soprattutto per una certa allergia a volare da primo. Nel suo palmares i migliori risultati sono: in montagna la Alverà-Pompanini alla Tofana di Rozes tutta da primo. In falesia Red Sky 6c a vista alla grotta dell’Aeronauta a Sperlonga, alcuni 6c lavorati nelle falesie della Valtellina. (sembra anche un risultato discreto a quasi tutte eran in top rope). Anche un 6c+ a Cancano, ma boulderoso. Boulder: Goldrake 6c al Sasso Remenno.
Dal 2004 è consulente medico per la patologia arrampicatoria per diversi siti internet nella medesima branca effettua visite ambulatoriali nelle più quotate palestre di arrampicata milanesi, seguendone le squadre agonistiche.
Medico di gara dello Street Boulder Contest 2006, 2007
Docente dal 2006 nei corsi Fit-one: Master di traumatologia e ricondizionamento muscolare. Corso per istruttori di body-building 1° livello. Corso per istruttori di body-building 2° livello. Corso di formazione per istruttori di aerobica e tonificazione.Dal gennaio 2007 lavora presso il reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale E. Morelli di Sondalo ( SO Alta Valtellina) ove si occupa della traumatologia da sci e della chirurgia open e artroscopica di ginocchio. Oltrea a eseguire studi sulla patologia arrampicatoria…. e da quando è arrivato in alta Valtellina ha guadagnato un grado.

Se arrivava in Friuli ne guadagnava due o tre, ma questa è una altra storia.

Achtung Banditen





Continua l'attività di riscoperta di vie "storiche" sulle pareti del Pal Piccolo da parte di Sylvain e Roberto. Dopo la ripetizione di Fitzcarraldo è la volta di un'altra storica (e poco ripetuta) via: Achtung Banditen. Anch'essa aperta nei primi anni ottanta dall'amico "orso" Attilio de Rovere e compagni.
Questa volta i due Orsi non hanno preso sottogamba la via!
Bellissimo itinerario con roccia stupenda un tiro chiave non banale da 6c+ e difficolta omogenee con alcune soste molto aeree.
La via è stata percorsa con una variante iniziale, partendo un pò piu a destra è stato evitato il primo tiro di 5a, percorrendo una lunghezza di 6b+ prima di ricongiungersi al tracciato originale.
Sylvain sul tiro chiave (6c+)

22 ottobre 2008

La triade invernale:arva, pala e sonda

Arriva la stagione invernale, le escursioni sulla neve, gli avvicinamenti a cime e cascate, e le uscite alpinistiche: facciamo un breve discorso su tre compagni di gita necessari e indispensabili.


Trinomio importante, da imparare a memoria e ricordarcelo ogni volta che ci muoviamo fuori pista sulla neve, indifferentemente se ciaspisti o scialpinisti.


Il perchè: 15 minuti. Questo è il tempo massimo per estrarre un travolto da valanga con qualche speranza di trovarlo vivo. L'ARVA, piccola scatola elettronica che emette continui segnali radio, in questi casi è a dir poco indispensabile: ecco cos'è, come funziona e perchè può salvare la vita.


L'Arva è essenzialmente un dispositivo elettronico che trasmette un segnale radio. Va indossato sotto il pile durante le escursioni e continua, silenziosamente, ad emettere segnali sulla posizione in cui si trova la persona che lo porta anche - e soprattutto - se questa si trova disgraziatamente sepolta sotto metri di neve. Normalmente, infatti, l'Arva funziona in modalità di "trasmissione". Ma ogni apparecchio, quando è necessario, può essere messo in modalità di "ricezione" e inizierà a percepire i segnali degli altri Arva che si trovano in zona, dando segnali acustici di diversa intensità a seconda della distanza in cui li rileva.


Sono, ovviamente, informazioni preziosissime per chi sta cercando un travolto da una valanga: l'Arva del travolto emetterà come sempre i segnali radio e l'Arva del cercatore potrà, grazie ai segnali ricevuti, localizzare con precisione il punto in cui scavare per liberarlo. La "portata" dell'Arva varia da modello a modello e rispetto alla posizione del travolto, ma in generale si aggira intorno alla trentina di metri.
L'Arva deve essere indossato da tutti i partecipanti all'escursione nella modalità di trasmissione. Quando si parte per una gita bisogna sempre fare il controllo degli apparecchi Arva: il capogita mette il proprio apparecchio in ricezione e controlla il segnale degli altri. Poi qualcuno controlla il suo e dopodichè si può partire. E' un'abitudine che è fondamentale ricordare e condurre con rigore, purtroppo spesso vista come una scocciatura.


In situazione di pericolo, infatti, è fondamentale agire in fretta e con apparecchi che funzionano a dovere: la sopravvivenza di un travolto da valanga ha in generale una curva che decresce molto rapidamente ed ha un vero e proprio crollo dopo i primi 15 minuti. Ciò vuol dire che il primo intervento deve essere fatto immediatamente dai compagni di escursione. Più si aspetta, più aumenta la probabilità di trovare persone senza vita.
La cosa più frequente che accade ad un travolto è infatti quella di cercare di respirare nella neve. Questa, però, poi si scioglie nei polmoni, diventa acqua e si annega rapidamente nel giro di pochi minuti. Per diminuire questo rischio è sempre buona cosa portare un foulard o una sciarpa che, tirati sul naso, proteggano le vie respiratorie dall'eventuale ingresso della neve. Poi, ovviamente, se la massa è formata da lastre pesanti ci possono essere traumi e non bisogna sottovalutare i problemi connessi al trascinamento.


Sempre per questioni di tempismo, non solo è importante avere l'Arva, controllare che sia carico e che funzioni prima della gita. Ma anche avere una sonda, per "sondare" nella massa di neve dove può trovarsi il travolto, e una pala per scavare. Bisogna infatti essere in grado di estrarlo nel giro di pochissimi minuti. Ovviamente non bisogna scoprirsi utenti dell'Arva all'ultimo momento: è bene essere addestrati al suo uso e organizzarsi, magari ogni inverno, per fare una bella mezza giornata sulla neve con simulazioni e prove Arva, magari aggregandosi a qualche scuola. Il soccorso su neve è una cosa che tutti devono saper fare. Ognuno deve conoscere il suo apparecchio Arva e saperlo usare. Deve saper lavorare con la sonda e usare la pala.

Esistono diversi modelli di Arva: analogici e digitali, più o meno cari, con caratteristiche differenti. Tutti, comunque, hanno le funzioni base di trasmissione e ricezione. Un apparecchio può costare intorno ai 300 euro, ma sul mercato ce ne sono un po' per tutti i portafogli. Di solito, compra l'Arva chi va spesso a fare escursioni invernali. Ma per gli altri - magari chi va in settimana bianca o chi vuol fare solo un po' di fuoripista qualche volta - è possibile noleggiare questi apparecchi con una spesa davvero irrisoria, in tutte le stazioni di sport invernali. Sarebbe certamente auspicabile un sistema di noleggio più capillare e più continuo, magari da parte di chi noleggia anche l'attrezzatura per lo sci. L'Arva è infatti indispensabile per tutti gli escursionisti della neve: scialpinisti, sciatori fuoripista, ciaspolatori, amanti delle motoslitte e via dicendo. Ricordiamo, comunque, che la prima regola è ovviamente evitare di trovarsi in situazioni o zone ad alto pericolo valanghe. Affidarsi ad una guida alpina può essere un'ottima soluzione se ci si addentra in zone che non si conoscono: non è facile, infatti, capire quando un terreno è pericoloso, tant'è vero che molti esperti hanno avuto incidenti con valanghe.

Fonte: SuiMonti.it

MontagnaCinema 2008

La Sezione di Codroipo del Club Alpino Italiano in collaborazione con il Circolo Culturale Lumiere presenta MontagnaCinema 2008.
dal recente Filmfestival Internazionale Montagna Esplorazione “Città di Trento”

VENERDI’ 14 novembre 2008
Storia dell’Alpinismo e Alpinismo nella storia

L’EDERA E IL MAGGIOCIONDOLO
di Giorgio Madinelli regia Paolo Dalmazi.
Documentario che narra, in chiave rivisitata le gesta dei Patrioti friulani insorti contro il dominatore austroungarico. La banda capeggiata da Andreuzzi e Cella respinge gli assalti dei gendarmi sulle montagne della Val cellina e Meduna (ottobre 1864).
Realizzato con il contributo della Sezione CAI di Codroipo.

NIGHTSTILL
Elke Groen - Austria 2008 Montaggio di immagini e musiche oniriche, in un viaggio notturno sotto un cielo di stelle, tra le montagne innevate.

DIE WILDEN SIEBZIGER
REBERNIK W. Austria 2007 Un’elite di alpinisti, pionieri di un’era, ci racconta la nascita dell’alpinismo himalayano senza l’uso di ossigeno.

GRANDE TRAVERSATA DELLE ALPI - GTA - WEITWANDERN IN PIEMONT
BURKART A. - Premio “andrea morelli” 56° trentofilmfestival 2008 Germania 2007
Il progetto piemontese “GTA” è un itinerario escursionistico articolato su una rete di sentieri che conducono da passo Gries, sul confine svizzero, a Ventimiglia.
Sottotitoli italiani
VENERDI’ 21 novembre 2008:
L’uomo e la terra
LE VIE DELL’ARGENTO
Massimo Belluzzo Italia 2007 Il contrasto vivissimo tra paesaggi incontaminati e condizioni di estrema povertà, in una regione del Sud America a cavallo tra Bolivia, Argentina e Cile.

LA MONTAGNE PERDUE (Lost mountain)
DELEAU C. Francia 2007 Nepal, 12 dicembre 2005: Jean-Christophe Lafaille proverà per primo a salire il Makalu - 8463 metri - in solitaria invernale e senza ossigeno.

SINE SOLE
PADLINA G. Svizzera 2007 Il sindaco del piccolo villaggio di viganella, stanco di vedere la sua gente triste e chiusa in casa durante i 3 mesi invernali per la totale assenza di sole, riesce a creare lo specchio del miracolo.

KRYPT
NAGLER L. Germania 2007 Un video artistico in animazione 3d, dedicato all’uomo e alla terra. Un sensibile e raffinato scorrere di immagini, sensazioni visive e musicali.
VENERDI’ 5 dicembre 2008
Miti invincibili, fantasmi e streghe
IL GRANDE SOGNO
SALVATERRA E. Italia 2008 Il video descrive la salita del Cerro Standthardt, Punta Herron e Torre Egger. Il progetto iniziale era quello di salire tutte e quattro le sorelle Standthardt, Herron, Egger e Cerro Torre.

MARTHA. MEMORIE DI UNA STREGA
CALAMARI G. - Premio “citta di imola” 56° trentofilmfestival 2008 Italia 2007 Imponente come le dolomiti. Dolce come i sentieri che tagliano l’altipiano dello Sciliar. Martha è lo specchio di una montagna antica fatta di tradizioni, di fiabe, di erbe profumate, ma anche di fatica e di solitudine.

LA FORTEZZA INVISIBILE
DAMIANI S. Italia 2008 Karl Tonezzer, un kaiserschützen del 1915, e Sibir, il suo cane, riemergono dalle viscere della montagna. Con loro riaffiora anche l'epopea dimenticata della fortezza di Trento, realizzata all'inizio della grande guerra.

EIGER SPEED RIDING
DUFRESNE D. Francia 2006 La prima spettacolare discesa in speed riding dell’Eiger. L’impresa è ad opera del pilota François Bon, della squadra nazionale francese di parapendio.

Le proiezioni si svolgeranno al Teatro Comunale Benois (Cinema Verdi) orario 20.45.
Ingresso libero

21 ottobre 2008

Chi sogna può muovere le montagne

La frase del titolo è l'ossatura di un grande film di Werner Herzog, con un grande Klaus Kinsky: Fitzcarraldo: un uomo con un sogno. Costruire nel mezzo della foresta amazzonica un teatro dell'opera.
Ma chi sogna le montagne può anche scalarle.
Sabato 18 ottobre Sylvan Cimolino e Roberto Misson salgono, sulle rocce del Pal Piccolo, Fitzcarraldo, 7a max, 6b obbligatorio, via da non sottovalutare, forse anche qualcosina di più del grado dato dagli apritori negli anni a cavallo tra gli '80 e i '90.

Bella via su calcare compatto e magnifico.





13 ottobre 2008

Sette volte boulder = ottanta

Una giornata d'autunno calda e soleggiata ha premiato gli sforzi del nostro gruppo nell'organizzare per la settima volta il San Simone Climbing Festival; dopo due settimane di lavoro febbrile, dal montaggio delle strutture al tracciamento dei blocchi, dall'organizzazione del chiosco al reperimento dei premi per le classifiche e per la lotteria, siamo arrivati a domenica mattina che tutto era pronto.
Già prima delle nove i primi climbers facevano capolino nei pressi della palestra di arrampicata. Intanto si concludevano gli ultimi preparativi, il chiosco era prontoa lavorare e i DJ iniziavano a far suonare le casse.
Allo start gli iscritti erano oltre 50 e la nostra soddisfazone era alle stelle.
I giudici avevano preso posto ai loro blocchi e il meeting aveva inizio.
Per riscaldarsi i partecipati iniziavano dai gialli (5c/6a) per poi seguire verde, blu, rosso, nero in un crescendo di difficoltà.
Nel primo pomeriggio con l'arrivo degli ultimi partecipanti raggiungevamo la quota di ottanta iscritti, il record della manifestazione.
Alle 16 si chiudevano i giochi e dopo un breve periodo per le ultime dichiarazioni al tavolo dei giudici venivano stilate le classifiche.
In campo maschile facce conosciute sul podio: primo Francesco Franz, al secondo posto Daniele Bucco e sull'ultimo gradino del podio Rocco Romano.
In campo femminile una lieta sorpresa: davanti a Ketti Martinuzzi e Jenni Mattiello si piazzava la 12enne austriaca Melina Wassertheurer (23^ nella classifica generale mista).
Un'ulteriore soddisfazione vedere giovani promesse affermarsi nel meeting.
Nell'occasione sono stati consegnati i riconoscimenti ai partecipanti della prima edizione di Rimpinant Ator, il circuito da noi promosso con gli amici del NoLimits di Tolmezzo, e sono stati premiati i podi della manifestazione: tra gli uomini il terzo posto del nostro Roberto Dattilo, dietro a Nicola Liessi e Lenardis Alfeo; tra le donne podio tutto codroipese con in testa Yaneth Rodriguez davanti a Nadia Toniutti, mentre il terzo posto non è stato assegnato.

04 ottobre 2008

Orsi at work

Si avvicina l'ora fatidica del settimo San Simone Climbing Festival e gli orsi sono al lavoro, montate le strutture nell'area prospiciente la palestra di arrampicata ora sono al lavoro i tracciatori per realizzare i blocchi in cui i partecipanti potranno cimentarsi e spellarsi le mani: Fabrizio Ciani, Sylvain Cimolino, Roberto Misson, Roberto Dattilo e Paolo Degano si stanno scervellando per realizzare passaggi che daranno il filo da torcere che cercano ai climber che verranno a Codroipo!

Questo il programma di domenica:

  • ore 9.00 iscrizioni al meeting e ritiro pacco gara
  • ore 10.00 inizio meeting
  • ore 16.00 fine meeting
  • ore 17.00 premiazioni S.S.C.F.
  • ore 17.30 premiazioni Rimpinant Ator

A seguire pastasciutta finale ed estrazioni lotteria a premi

01 ottobre 2008

Corsi di ginnastica: mantenimento

Dal 14 ottobre 2008 iniziano i corsi di ginnastica di mantenimento organizzati dal Gruppo con la collaborazione del Prof. Gianni de Clara.
Si terranno il martedi ed il giovedi in due fascie orarie: 19.30 - 20.30 e 20.30-21.30.

Iscrizioni in sede negli orari di apertura o direttamente in palestra alla prima lezione.

La frequenza nelle diverse fasce orarie sarà definita dall'ordine di iscrizione.
SULLA MONTAGNA SENTIAMO LA GIOIA DI VIVERE, LA COMMOZIONE DI SENTIRSI BUONI ED IL SOLLIEVO DI DIMENTICARE LE MISERIE TERRENE. TUTTO QUESTO PERCHE' SIAMO PIU' VICINI AL CIELO

EMILIO COMICI

Foto Album